Le bugie delle mappe Stampa E-mail

Paul Richardson

Le bugie delle mappe
Gli otto miti della geografia che capovolgono la storia


Marsilio Editori, pagg.240, € 18,00

 

richardson mappe  Nel libro "Le bugie delle mappe", Paul Richardson si lancia in un'analisi profonda e provocatoria della geografia come strumento interpretativo e di potere, smontando il presupposto che la mappa sia una rappresentazione neutrale e oggettiva del mondo. L'opera si sviluppa attorno a un tema centrale: la mappa non è il territorio, ma una costruzione sociale che riflette le paure, le ideologie e i pregiudizi di chi la crea. Se la geografia è tradizionalmente vista come la chiave per comprendere la storia delle civiltà, il presente geopolitico e persino il futuro delle nazioni, Richardson svela come questa visione sia intrinsecamente falsata da miti e credenze consolidati che influenzano la nostra percezione della realtà.

  Il fulcro del ragionamento di Richardson è che le mappe non sono semplici strumenti per orientarsi nel mondo, ma dispositivi carichi di significati ideologici. L'autore esplora, con un approccio storico e critico, come i confini, le nazioni e persino i continenti siano costruzioni mentali che spesso non corrispondono alla complessità del mondo reale. L'idea che un confine nazionale segni una separazione definitiva tra culture, etnie e tradizioni è un mito che viene smontato attraverso una serie di esempi storici e geografici. Come spiega Richardson, questi confini sono in realtà strumenti per razionalizzare e controllare territori, legittimando poteri politici ed economici attraverso la loro rappresentazione.

  Il libro è strutturato attorno a otto miti che, secondo l'autore, permeano la nostra comprensione della geografia e delle dinamiche globali. Ognuno di questi miti viene esaminato e decostruito, facendo emergere le distorsioni che questi creano nel nostro modo di vedere il mondo. Tra questi miti, spicca quello del PIL come unica misura di benessere, che riduce la complessità sociale e culturale delle nazioni a un mero dato economico. Il mito della sovranità statale, che impone una visione rigida e militarizzata dei confini, viene analizzato come una costruzione ideologica che ha contribuito a conflitti e disuguaglianze globali.

  Richardson affronta anche le narrazioni geopolitiche contemporanee, come l'ascesa della Cina e l'imperialismo della Russia, mettendo in evidenza come queste visioni siano troppo semplificate e spesso distorte dalla propaganda politica. Inoltre, l'autore demistifica la visione dell'Africa come continente da "salvare", una narrazione paternalistica che ha radici profonde nelle ideologie colonialiste, ma che ancora oggi influisce sulle politiche internazionali.

  Il valore aggiunto del libro di Richardson è la sua capacità di spostarsi agilmente attraverso diverse aree geografiche e storiche per supportare le sue tesi. Dalla difesa romana del Vallo di Adriano alla realtà contemporanea dei confini tra Stati Uniti e Messico, il libro tocca vari episodi storici e geografici, legandoli insieme in un unico filo conduttore. Ogni capitolo esplora un aspetto diverso di come la geografia, storicamente, sia stata manipolata per rafforzare il potere e plasmare le percezioni collettive. L'analisi della Via della Seta e dei castelli etiopi, per esempio, mostra come le infrastrutture e i percorsi commerciali siano stati spesso usati come strumenti di dominio culturale ed economico, dando forma alle mappe della storia.

  Il libro si distingue anche per la sua riflessione sulla percezione della geografia come disciplina scientifica. Richardson non si limita a criticare l'uso improprio delle mappe da parte di politici e poteri economici, ma esplora anche come le mappe siano spesso il prodotto di visioni limitate, di pregiudizi culturali o di convenzioni scientifiche che si sono cristallizzate nel tempo.

  Nella parte finale del testo, Richardson collega le distorsioni geografiche al nostro presente, suggerendo che la comprensione della geografia come una disciplina immutabile e universale ha contribuito a farci ignorare le sfide più urgenti del nostro tempo, come le ingiustizie sociali e le catastrofi ambientali. L'autore invita i lettori a liberarsi dalle "false credenze" che ci condizionano, per affrontare in modo più efficace i problemi globali, dalla crisi climatica alle disuguaglianze economiche.

  L'analisi di Richardson solleva interrogativi cruciali su come la geografia e la geopolitica siano state e continuino a essere influenzate dalle narrazioni storiche e dai miti ideologici. La sua critica invita a rivedere radicalmente il nostro modo di interpretare i fenomeni globali, sfidando la percezione tradizionale che abbiamo della geografia come scienza esatta e oggettiva.

  Il volume offre, quindi, una riflessione brillante e stimolante sulla geografia come costruzione sociale e sulla sua capacità di influenzare profondamente la politica, l'economia e la cultura. Con una scrittura accessibile ma densa di contenuti, il libro rappresenta una lettura fondamentale per chiunque desideri comprendere come le rappresentazioni geografiche, lontane dall'essere semplici riflessi del mondo, siano spesso strumenti potenti di manipolazione e controllo. La sua critica dei miti geograficamente radicati ci invita a una visione più complessa, consapevole e, forse, più giusta delle sfide globali che ci attendono.